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Le cinquantenni oggi. Chi sono?
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Le informazioni pubblicate su questo sito hanno solo un carattere divulgativo e non possono sostituire la visita medica. |
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Il primo dato da cui partire è capire chi sono oggi le donne che transitano nei cinquant’anni e dintorni. Dunque potremmo concludere che sono impegnate nel passaggio dei cinquant’anni le donne di una generazione di svolta, di una generazione “speciale”. Le donne di questa generazione sono state “protagoniste”, ponendosi prepotentemente al centro della scena sociale e collettiva. Questa infatti è stata la prima generazione di donne che ha partecipato attivamente, e in un certo senso provocato - come già dicevamo - i grandi sconvolgimenti sociali degli anni ’70 e le trasformazioni dell’identità femminile che ne sono derivate. Questo dunque è un fattore straordinariamente importante per chi deve confrontarsi con queste donne nel loro passaggio d’età: si deve infatti essere consapevoli della loro diversità. Che appunto nel passaggio d’età può rivelarsi sia un fattore positivo (per l’aumentata capacità di autoriflessività, di analisi e di possibilità di trasformazione), sia un fattore di maggiore difficoltà e di maggiore debolezza, perché è difficile passare dall’essere state al centro della scena, nel cono di luce del protagonismo sociale, al cono d’ombra della percezione dell’invecchiamento. Ma vi è un altro fattore - per così dire strutturale - che rappresenta una fortissima novità ed è tipico di questa generazione. Le donne che oggi hanno attorno ai cinquant’anni sono infatti particolarmente prese di mira dai nuovi compiti di cura. I figli giovani sono ancora in casa : tra i 45 e i 55 anni oggi otto donne su dieci vivono con almeno un figlio in casa e a ventinove anni suonati più della metà dei maschi e un quarto delle femmine vive ancora nella famiglia d’origine. I vecchi genitori iniziano il loro viaggio verso quell’ultima parte di vita ad alto rischio di non autosufficienza: anche se non conviventi e persino lontani o forse proprio per questo, richiedono cure continue, assistenza, aiuto. Alcune hanno anche i - rari - nipotini da seguire per tener fede al patto di solidarietà intergenerazionale che a loro volta avevano stipulato con le loro madri, per permettere cioè a figlie e nuore di rimanere sul mercato del lavoro. Anche loro molto spesso lavorano ancora professionalmente e tuttavia si concentra su di loro un carico enorme di lavoro di cura, derivante dalla trasformazione in Italia della famiglia : da famiglia larga (estesa, con forti reti di solidarietà intragenerazionale) a famiglia lunga (una sola persona che in famiglia deve assicurare sopravvivenza e benessere a tre generazioni longitudinali). Si potrebbe in questo caso parlare di un effetto schiacciamento (la generazione “sandwich” schiacciata dai compiti di cura di giovani e anziani). Spesso, se lavorano e si sono affermate in una professione, è questa anche la fase in cui l’impegno diventa più gravoso e non è certo questo il momento di rilassarsi perché le giovani generazioni, di entrambi i sessi, sono pronte a proporsi per la sostituzione. Quindi è necessario capire che cosa possa significare oggi trent’anni tutti da vivere, al di là degli stereotipi e delle figure sociali dominanti - che possono andare da pensionata come carico sociale parassitario, a risorsa gratuita indispensabile per la cura dei giovani e degli anziani non autosufficienti a portatrici di una giovinezza senza fine, libere, incoraggiate a negare finchè possibile l’evidenza stessa del passaggio d’età.
Nessuna di queste figure le rappresenta o le aiuta a vivere. È allora necessario prendere le distanze dalle molteplici rappresentazioni sociali, non solo da quelle volgari e plateali delle eternamente belle/giovani, ma anche da quelle a tutto tondo della saggistica anglosassone, per cui l’arrivo della vecchiaia preannuncia tutte quelle libertà che gli uomini hanno sempre conosciuto e le donne non hanno avuto mai, ma anche e soprattutto da quelle che ancora sussistono nel senso comune, per cui tutto è finito, comincia l’inverno con la sua desertificazione del corpo e dello spirito. Al tempo stesso in ciascuna di queste rappresentazioni trovano qualcosa di vero. La difficoltà è quella di trovare modelli nuovi di atteggiamenti e comportamenti per tenere insieme tutti questi pezzi contraddittori; la difficoltà è persino quella di trovare informazioni plausibili e soddisfacenti. Per molto tempo c’è stata una sorta di congiura del silenzio attorno a questa fase della vita segnata dalla menopausa: silenzio delle donne tra loro, silenzio dei medici, silenzio nella pubblicistica, silenzio nella saggistica, mancanza di trasmissione di saperi dalla generazione precedente. Quello che allora è importante è mettere a punto un quadro in cui trovino eco le esperienze, le sensazioni, le difficoltà, le novità delle donne oggi in questa fase della loro vita, al di là degli stereotipi e delle immagini sociali che sono loro offerte, per rompere il silenzio. In un quadro che potremmo definire di cornice, i tre fattori di novità che abbiamo prima ricordato - l’essere in possesso di strumenti di conoscenza, di comprensione, di autoriflessività più sofisticati di quelle delle loro madri; il dover affrontare compiti di cura sconosciuti alla generazione precedente; la consapevolezza di una nuova fase della vita da progettare - costituiscono fattori di ambivalenza, che possono essere caricati di un segno positivo, ma anche costituire elementi di ulteriore difficoltà nel momento del passaggio. Come si sentono, quali sono le difficoltà che si trovano ad affrontare? Si sentono incerte, contraddittorie, un giorno giovanissime e un giorno vecchissime, in bilico tra la consapevolezza che i loro cinquant’anni sono molto cambiati da quelli della generazione delle loro madri e lo spaesamento che deriva dal non sapere come saranno i loro. Da un lato percepiscono che dentro di loro davvero qualcosa cambia: non è un momento definito, può avvenire in modo lento e quasi impercettibile fino a coagularsi in un nodo critico, può essere connesso più concretamente ai sintomi della menopausa, può emergere con più visibilità se è legato a una particolare circostanza della vita (un lutto, un abbandono, una malattia). Può avvenire a 45 anni, a 50, a 55 anni: non c’è una data circoscrivibile e certa. Quel che è certo è che avviene un cambiamento. Ma nello stesso tempo avvertono forti resistenze ad accettare l’idea di un passaggio codificato, sequenzialmente definito, normato perché le inchioda a un’irreversibilità che sanno bene che non è la verità delle loro vite. È proprio il carattere innovativo della loro prima vita adulta, fatta di dissonanze e conflitti, di continui cambiamenti e alternanze tra ruoli lavorativi e familiari a impedire di aderire a un’idea di passaggio biografico socialmente normato, in un certo senso irreversibile. Nel corso degli ultimi trent’anni, le donne, come scrive Lipovetsky, hanno cessato di essere “le creature degli uomini” e sono diventate autocreative di se stesse. La fecondità è controllata e controllabile, le donne sono più scolarizzate degli uomini e nelle nuove generazioni accedono al mercato del lavoro quasi come gli uomini e aspirano a una piena identità professionale. “Importante è il fatto - continua Lipovetsky - che nell’universo femminile non vi sia niente di predeterminato. Sposarsi o no; fare o non fare figli, scegliere la propria professione: tutto è ormai entrato nella logica della scelta individuale, ovvero di quella che io definisco “l’autogestione della propria vita” che è la logica stessa dell’individualismo moderno. Ma d’improvviso, le donne sono anche entrate in un’era di indeterminazione, di mancata definizione strutturale. Quali studi intraprendere? Come conciliare lavoro e vita privata? Poiché nulla è fisso o imposto categoricamente, le donne si ritrovano, alla pari, nell’universo moderno dell’invenzione di sé. Ormai uomini e donne, almeno formalmente, condividono una stessa logica di costruzione e di autoinvenzione di sé”. Il tracciato logico che lo studioso francese segue è in qualche modo così interpretabile : proprio la forza nuova delle donne, il loro sottrarsi alla dominazione maschile e anche agli imperativi femminili della lamentazione e del vittimismo le inserisce in un’area comune a donne e uomini: l’area della autodeterminazione e della libertà della costruzione del sé. Ma la libertà è altrettanto difficile della servitù perché immette elementi di insicurezza, di ambivalenza all’interno della stessa area di forza, così recentemente e duramente conquistata. “ Si tratta di uno shock da soglia. Si chiude una porta alle nostre spalle e ci voltiamo con dolore a guardarla chiudersi e non scopriamo, fino a quando non siamo state strappate da lì, la nuova porta che ci si apre davanti. Molte donne non la scoprono mai perché credere che esista risulta difficile”. Si sentono pesanti. Appesantite nel corpo e nello spirito dalle richieste di attenzione e di cura che continuano ad essere loro rivolte: dai figli che, messi al mondo immaginandoseli presto autonomi, ingombrano incerti le loro case con la loro contradditoria richiesta di maternage e di libertà, dai vecchi genitori (più spesso le madri rimaste vedove e sole) che richiedono, se non autosufficienti - e, dopo gli ottant’anni sono il 42% in Italia i non autonomi - un sistema di copertura continuo; dagli uomini, mariti e non, che quando non si allontanano alla ricerca di donne più giovani continuano distrattamente a chiedere molto, talvolta proprio tutto: lavori ben fatti e mansuetudine, indipendenza e capacità di ascolto, autorevolezza e consolazione, fantasia erotica e solidità mentale, intimità e distanza, cibo ben cucinato e voglia di uscire.
Tutti questi primi quattro movimenti trovano la propria necessità in una constatazione paradossale che consiste nel fatto che per potere uscire da questa sensazione “di secca” o di “risacca” è necessario andare ancora più dentro il problema, guardarlo in faccia. Per fare solo un esempio, se si cerca di guardare in faccia il problema dell’essere schiacciate sotto le richieste di cura di generazioni diverse, di non riuscirsene a sottrarre, si incontra in sé, nel proprio corpo la capacità di continuamente immaginarsi e riproporsi in situazioni di condivisione. Perché allora non pensare che le donne non riescono a sottrarsi alla cura perché vedono il senso di questa condivisione? Allora sarebbe questa condivisione che andrebbe indagata, che potrebbe rivelare la sua immagine non solo di gabbia , ma anche di nutrimento interno. Per fare un esempio estremo, persino nella relazione con genitori anziani, bisognosi, non c’è anche il fatto che le donne di questa generazione, dopo averli respinti nella giovinezza, hanno cercato poi nella vita adulta un rapporto più caldo, più vicino, che impedisce ora l’abbandono? Ma questa predisposizione alla cura va anche indagata per non essere inermi di fronte alla tentazione di sottostare all’imperativo di insostituibilità (solo io posso dare aiuto) fino ad arrivare al delirio di onnipotenza e al gorgo perverso del diritto al risarcimento (finora ho dato solo io, adesso gli altri devono dare a me). Ma non c’è solo la cura da riposizionare, ci sono altre parole che cominciano ad avere un senso nuovo in questa fase della vita. Parole come verità, autenticità, libertà. Si mette in moto una sorta di rallentatore interno perché si intuisce che questo è il momento di darsi una licenza ad esistere, una licenza interna, non una licenza data da altri. Può essere la libertà dal giudizio degli altri, può essere il liberarsi dagli accessori, dai travestimenti, dagli autoinganni, può essere la ricerca di un equilibrio diverso da quello della fase precedente, può essere l’accettazione della consapevolezza di non esercitare più un controllo sui grandi temi della vita e della morte e di accettare quello che porta il giorno, la consapevolezza cioè che la vita non si può governare più di tanto. Può essere l’accettazione della propria vita, valorizzandone gli elementi forti, senza lasciar troppo spazio ai rimpianti e ai risentimenti. Può essere l’accettazione di un equilibrio leggero, basato sulla molteplicità delle esperienze, considerata come una ricchezza. In qualsiasi modo comunque queste parole vengano intese, sembrano significare una sola cosa: il tentativo di dare una nuova forma alla propria vita, che sia una forma essenziale, ripulita da orpelli e accessori, che si avvicini a rispondere a bisogni interni compressi, sacrificati, non capiti nella fase precedente della vita e che urgono per essere portati alla luce. Anche questo un lavoro lungo, difficile, spesso molto doloroso. Sottoposto anche a tentazioni di competitività con immagini altrui, di persone più giovani, anche persino con la se stessa di prima. E un’altra dimensione sconosciuta emerge in questa fase: la scoperta della lentezza. Quando qualche acciacco in più o qualche delirio di onnipotenza in meno costringe ad andare più piano, a non essere continuamente giocoliere ed equilibriste, spesso le donne si sentono assalite dalla strana sensazione di essere diventate improvvisamente stupide, di aver perso quell’agilità mentale e fisica che le faceva guardare con uno sguardo di superiorità i loro mariti e compagni. E viene interpretato come uno dei segnali forti di un inarrestabile invecchiamento. Ma forse il punto di vista da cui guardare a questo processo non è tanto quello di misurare giorno dopo giorno i rallentamenti, quanto quello di andare a monte, interrogando proprio i valori sottesi ai concetti di velocità o di lentezza. Andare lentamente significa anche assaporare le cose che si fanno, i libri che si leggono, i dischi che si sentono, le strade che si percorrono. Significa sottrarsi al fare convulso per soffermarsi sui significati e sui valori di questo fare, sul piacere che dà o la mancanza di piacere. Significa appropriarsi del tempo per sé, assaporandolo nella sua lentezza. Lentezza che lascia aperte le porte al desiderio. È come se questa parola, desiderio, potesse riassumere il senso di tutte le cose che si possono fare in questa seconda parte della vita, ma è necessario coltivarlo. I desideri bisogna tenerli vivi, saperli tutti, è quello che mantiene vitali e fa anche bene alla pelle perché le persone che invecchiano bene non sono quelle che fanno il lifting, ma quelle che riescono a tener vivo il desiderio e moltiplicare le risposte. Non avvengono miracoli, può anche cambiare molto poco nella vita quotidiana, ma è lo sguardo che è cambiato, le cose ritrovano una cornice di senso che prima, nel momento della crisi, sembravano aver perduto. Non ci sono ricette interscambiabili. Ma forse una ricetta c’è ed è paradossale: che per poter avere di nuovo qualcosa da progettare, da sperare bisogna essersi immerse nella ricerca di sé, senza troppa paura. Ed accettare che in questa fase il senso della finitudine conviva con il progetto, che è poi il progetto e l’amore dello stare su di sé: una rete a maglie larghe, ambivalente e contraddittoria, come ambivalente e contraddittoria è la vita.
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