Il primo dato da cui partire è capire chi sono oggi le donne che transitano nei
cinquant’anni e dintorni.
In Italia sono circa cinque milioni (se prendiamo le donne tra i 45 e i 55
anni), diverse tra loro, ognuna con la sua unica, irrepetibile e complessa
biografia, ma anche con tratti a cui si può attribuire la fisionomia di un
percorso comune, con caratteristiche riconoscibili.
Sono donne che hanno vissuto l’infanzia e la preadolescenza negli anni ’50,
in un’Italia ancora povera, ma impegnata nella ricostruzione prima e nel
miracolo economico poi. Sono la prima generazione di donne nella storia
d’Italia per cui un titolo di studio oltre le elementari diventa non l’eccezione,
ma la norma per la popolazione femminile: negli anni sessanta si riversano
nella scuola italiana 1.260.000 nuove alunne e di queste la metà circa va
oltre la scuola media (il 33% alle superiori e il 14% all’università).

Sono le donne che, all’università, hanno partecipato alle grandi lotte e alla grande ribellione del ’68.
Sono le donne che si sono sposate molto e presto (a 22 anni, il 45% era già sposato) perché il
matrimonio rappresentava la possibilità di uscire dal chiuso delle famiglie d’origine e di sperimentare
nuove forme di libertà anche nella conduzione delle loro giovani famiglie. È la generazione che inizia a
fare pochi figli: nonostante la nuzialità diffusa e precoce, è la prima generazione che scende sotto la
soglia di sostituzione demografica. Sono le donne che sono entrate nel mondo del lavoro a livello
diffuso, soprattutto a partire dagli anni ’70 e soprattutto le diplomate e le laureate. Sono le donne che
hanno partecipato attivamente e in prima persona alle trasformazioni sostanziali che hanno fatto
dell’Italia un paese moderno: la possibilità di contraccezione e la costituzione dei consultori, il divorzio,
l’aborto, la parità sul lavoro, il nuovo diritto di famiglia. Sono le donne che hanno messo in crisi il
rapporto tra i generi attraverso la stagione del femminismo e la costruzione della propria identità di
genere.
Dunque potremmo concludere che sono impegnate nel passaggio dei cinquant’anni le donne di
una generazione di svolta, di una generazione “speciale”. Le donne di questa generazione sono state
“protagoniste”, ponendosi prepotentemente al centro della scena sociale e collettiva. Questa infatti è
stata la prima generazione di donne che ha partecipato attivamente, e in un certo senso provocato –
come già dicevamo – i grandi sconvolgimenti sociali degli anni ’70 e le trasformazioni dell’identità
femminile che ne sono derivate.
È una generazione che ha reinventato la prima vita adulta. È dunque una generazione forte, che
teoricamente è in possesso di maggiori strumenti per affrontare la seconda parte della vita, che si
spende ancora in molti campi, che ha voglia di cambiare, che non si sente affatto rassegnata e
“seduta”. E che contemporaneamente ha esercitato nel corso della prima vita adulta una capacità di
analisi di sé, di autoriflessività sconosciuta alla generazione precedente, ma sconosciuta anche agli
uomini della loro stessa generazione.
Questo dunque è un fattore straordinariamente importante per chi deve confrontarsi con queste donne
nel loro passaggio d’età: si deve infatti essere consapevoli della loro diversità. Che appunto nel
passaggio d’età può rivelarsi sia un fattore positivo (per l’aumentata capacità di autoriflessività, di
analisi e di possibilità di trasformazione), sia un fattore di maggiore difficoltà e di maggiore debolezza,
perché è difficile passare dall’essere state al centro della scena, nel cono di luce del protagonismo
sociale, al cono d’ombra della percezione dell’invecchiamento.
Ma vi è un altro fattore – per così dire strutturale – che rappresenta una fortissima novità ed è tipico di
questa generazione. Le donne che oggi hanno attorno ai cinquant’anni sono infatti particolarmente
prese di mira dai nuovi compiti di cura. I figli giovani sono ancora in casa : tra i 45 e i 55 anni oggi otto
donne su dieci vivono con almeno un figlio in casa e a ventinove anni suonati più della metà dei maschi
e un quarto delle femmine vive ancora nella famiglia d’origine. I vecchi genitori iniziano il loro viaggio
verso quell’ultima parte di vita ad alto rischio di non autosufficienza: anche se non conviventi e persino
lontani o forse proprio per questo, richiedono cure continue, assistenza, aiuto. Alcune hanno anche i –
rari – nipotini da seguire per tener fede al patto di solidarietà intergenerazionale che a loro volta
avevano stipulato con le loro madri, per permettere cioè a figlie e nuore di rimanere sul mercato del
lavoro. Anche loro molto spesso lavorano ancora professionalmente e tuttavia si concentra su di loro un
carico enorme di lavoro di cura, derivante dalla trasformazione in Italia della famiglia : da famiglia larga

(estesa, con forti reti di solidarietà intragenerazionale) a famiglia lunga (una sola persona che in
famiglia deve assicurare sopravvivenza e benessere a tre generazioni longitudinali). Si potrebbe in
questo caso parlare di un effetto schiacciamento (la generazione “sandwich” schiacciata dai compiti di
cura di giovani e anziani).
Spesso, se lavorano e si sono affermate in una professione, è questa anche la fase in cui l’impegno
diventa più gravoso e non è certo questo il momento di rilassarsi perché le giovani generazioni, di
entrambi i sessi, sono pronte a proporsi per la sostituzione.
A volte devono affrontare crisi di separazione o di abbandono. E tuttavia – visto che si sono finora
dimostrate forti – viene loro richiesto di continuare ad esserlo, di procedere cioè in quegli esercizi di alta
acrobazia che hanno imparato così bene a fare nella loro prima vita adulta.
E, in terzo luogo, vi è un altro fatto nuovo, sconosciuto alla generazione precedente. È questa infatti la
prima generazione che è consapevole che le resteranno altri trent’anni di vita e che di questa
consapevolezza fa tema di riflessività individuale e sociale perché sa – per la prima volta sa – che non
dovranno essere trent’anni residuali, marginali, ma trent’anni tutti da vivere.
Il problema è che non si sa che cosa significa trent’anni tutti da vivere. La generazione precedente –
quella delle madri e dei padri – ha vissuto e sta vivendo a lungo, ma non lo sapeva. Queste donne lo
sanno e quindi devono attrezzarsi e far fronte anche all’ansia che questo provoca.
Trent’anni – da qui agli ottanta – ansiosamente dedicati a declinare con decoro, in vista della grande
solitudine e della vecchiaia estrema? Sono troppi per chiunque, anche per donne di buon carattere e
capaci di adattamento.
Quindi è necessario capire che cosa possa significare oggi trent’anni tutti da vivere, al di là degli
stereotipi e delle figure sociali dominanti – che possono andare da pensionata come carico sociale
parassitario, a risorsa gratuita indispensabile per la cura dei giovani e degli anziani non autosufficienti a
portatrici di una giovinezza senza fine, libere, incoraggiate a negare finchè possibile l’evidenza stessa
del passaggio d’età.
Nessuna di queste figure le rappresenta o le aiuta a vivere. È allora necessario prendere le distanze
dalle molteplici rappresentazioni sociali, non solo da quelle volgari e plateali delle eternamente
belle/giovani, ma anche da quelle a tutto tondo della saggistica anglosassone, per cui l’arrivo della
vecchiaia preannuncia tutte quelle libertà che gli uomini hanno sempre conosciuto e le donne non
hanno avuto mai, ma anche e soprattutto da quelle che ancora sussistono nel senso comune, per cui
tutto è finito, comincia l’inverno con la sua desertificazione del corpo e dello spirito. Al tempo stesso in
ciascuna di queste rappresentazioni trovano qualcosa di vero.
La difficoltà è quella di trovare modelli nuovi di atteggiamenti e comportamenti per tenere insieme tutti
questi pezzi contraddittori; la difficoltà è persino quella di trovare informazioni plausibili e soddisfacenti.
Per molto tempo c’è stata una sorta di congiura del silenzio attorno a questa fase della vita segnata
dalla menopausa: silenzio delle donne tra loro, silenzio dei medici, silenzio nella pubblicistica, silenzio
nella saggistica, mancanza di trasmissione di saperi dalla generazione precedente. Quello che allora è
importante è mettere a punto un quadro in cui trovino eco le esperienze, le sensazioni, le difficoltà, le
novità delle donne oggi in questa fase della loro vita, al di là degli stereotipi e delle immagini sociali che
sono loro offerte, per rompere il silenzio. In un quadro che potremmo definire di cornice, i tre fattori di
novità che abbiamo prima ricordato – l’essere in possesso di strumenti di conoscenza, di comprensione,
di autoriflessività più sofisticati di quelle delle loro madri; il dover affrontare compiti di cura sconosciuti
alla generazione precedente; la consapevolezza di una nuova fase della vita da progettare –
costituiscono fattori di ambivalenza, che possono essere caricati di un segno positivo, ma anche
costituire elementi di ulteriore difficoltà nel momento del passaggio. Come si sentono, quali sono le
difficoltà che si trovano ad affrontare? Si sentono incerte, contraddittorie, un giorno giovanissime e un
giorno vecchissime, in bilico tra la consapevolezza che i loro cinquant’anni sono molto cambiati da quelli
della generazione delle loro madri e lo spaesamento che deriva dal non sapere come saranno i loro.
Da un lato percepiscono che dentro di loro davvero qualcosa cambia: non è un momento definito, può
avvenire in modo lento e quasi impercettibile fino a coagularsi in un nodo critico, può essere connesso
più concretamente ai sintomi della menopausa, può emergere con più visibilità se è legato a una
particolare circostanza della vita (un lutto, un abbandono, una malattia). Può avvenire a 45 anni, a 50,
a 55 anni: non c’è una data circoscrivibile e certa.

Quel che è certo è che avviene un cambiamento. Ma nello stesso tempo avvertono forti resistenze ad
accettare l’idea di un passaggio codificato, sequenzialmente definito, normato perché le inchioda a
un’irreversibilità che sanno bene che non è la verità delle loro vite. È proprio il carattere innovativo della
loro prima vita adulta, fatta di dissonanze e conflitti, di continui cambiamenti e alternanze tra ruoli
lavorativi e familiari a impedire di aderire a un’idea di passaggio biografico socialmente normato, in un
certo senso irreversibile. Nel corso degli ultimi trent’anni, le donne, come scrive Lipovetsky, hanno
cessato di essere “le creature degli uomini” e sono diventate autocreative di se stesse. La fecondità è
controllata e controllabile, le donne sono più scolarizzate degli uomini e nelle nuove generazioni
accedono al mercato del lavoro quasi come gli uomini e aspirano a una piena identità professionale.
“Importante è il fatto – continua Lipovetsky – che nell’universo femminile non vi sia niente di
predeterminato. Sposarsi o no; fare o non fare figli, scegliere la propria professione: tutto è ormai
entrato nella logica della scelta individuale, ovvero di quella che io definisco “l’autogestione della
propria vita” che è la logica stessa dell’individualismo moderno. Ma d’improvviso, le donne sono anche
entrate in un’era di indeterminazione, di mancata definizione strutturale. Quali studi intraprendere?
Come conciliare lavoro e vita privata? Poiché nulla è fisso o imposto categoricamente, le donne si
ritrovano, alla pari, nell’universo moderno dell’invenzione di sé. Ormai uomini e donne, almeno
formalmente, condividono una stessa logica di costruzione e di autoinvenzione di sé”.
Il tracciato logico che lo studioso francese segue è in qualche modo così interpretabile : proprio la forza
nuova delle donne, il loro sottrarsi alla dominazione maschile e anche agli imperativi femminili della
lamentazione e del vittimismo le inserisce in un’area comune a donne e uomini: l’area della
autodeterminazione e della libertà della costruzione del sé. Ma la libertà è altrettanto difficile della
servitù perché immette elementi di insicurezza, di ambivalenza all’interno della stessa area di forza, così
recentemente e duramente conquistata.
Questa insicurezza – che deriva paradossalmente dalla loro stessa forza – è visibile anche nel passaggio
d’età: non c’è più come nella generazione precedente, la rassegnazione a qualcosa di inevitabile
inscritto nel ruolo tradizionale (“da donna a nonna”), ma non si sa ancora come potrà essere e questa
incertezza crea elementi anche di insicurezza, che sarebbe sciocco non valutare nella loro importanza.
Si sentono in difficoltà nei confronti della propria immagine e del proprio corpo. Questa difficoltà è
segnata proprio dall’osservazione impietosa, minuziosa dei cambiamenti del corpo, connotata dallo
stupore per quello che sta succedendo e che constatano quasi improvvisamente, come quando il treno
entra in galleria che è ancora chiaro e ne esce che è già il crepuscolo. Le macchie scure sulle mani, non
più imputabili al sole dell’estate, i piccoli malanni considerati per la prima volta irreversibili, la perdita di
memoria e di coordinamento nelle azioni, la perdita della vista perfetta… È come se la confortante,
stabile coincidenza tra la loro persona e la loro identità corporea cominciasse a diventare problematica,
incerta. Il corpo comincia a parlare, a reclamare cure, bisogna rassegnarsi alla sua manutenzione,
cambia la percezione della facilità del recupero. Comincia a farsi strada la sensazione che c’è tutto un
apparato tecnico/scientifico/estetico che si è costruito attorno al corpo femminile. Loro cercano di
essere responsabili verso il proprio corpo però a volte si chiedono se sono loro a non volersi arrendere a
un inevitabile degrado del corpo oppure se sono costrette ad adeguarsi a un imperativo di immortalità
che si trasforma in un intervento sul corpo sempre più invasivo e manipolatorio. E accanto allo stupore,
c’è anche una sorta di risentimento per un colpo inferto dal destino, che non ci si aspettava e da cui
non si potrà più tornare indietro. E tanto più grande è l’incredulità, tanto più forte sembra essere il
contraccolpo punitivo: se non sono più una giovane donna, se rischio persino di non essere più una
donna, allora tanto vale fare il salto di questa transizione ambivalente, incerta, angosciosa e buttarsi nel
pensiero di sé come vecchia, nel pensiero che ormai tutto è finito, nell’abbandonarsi allo shock da
soglia, come lo definisce Heilbrun:
“ Si tratta di uno shock da soglia. Si chiude una porta alle nostre spalle e ci voltiamo con dolore a
guardarla chiudersi e non scopriamo, fino a quando non siamo state strappate da lì, la nuova porta che
ci si apre davanti. Molte donne non la scoprono mai perché credere che esista risulta difficile”.
Si sentono pesanti. Appesantite nel corpo e nello spirito dalle richieste di attenzione e di cura che
continuano ad essere loro rivolte: dai figli che, messi al mondo immaginandoseli presto autonomi,
ingombrano incerti le loro case con la loro contradditoria richiesta di maternage e di libertà, dai vecchi
genitori (più spesso le madri rimaste vedove e sole) che richiedono, se non autosufficienti – e, dopo gli
ottant’anni sono il 42% in Italia i non autonomi – un sistema di copertura continuo; dagli uomini, mariti

e non, che quando non si allontanano alla ricerca di donne più giovani continuano distrattamente a
chiedere molto, talvolta proprio tutto: lavori ben fatti e mansuetudine, indipendenza e capacità di
ascolto, autorevolezza e consolazione, fantasia erotica e solidità mentale, intimità e distanza, cibo ben
cucinato e voglia di uscire.
Si sentono svuotate se i figli finalmente se ne vanno perché a un eccesso di presenza subentra un
eccesso di assenza e l’elaborazione del lutto dell’assenza può essere anche lunga e dolorosa. Si sentono
insomma per la prima volta il tempo nel corpo, quel senso di finitudine che si innesta come
un’immagine sempre presente anche quando la vita continua a essere piena di cose da fare. La
consapevolezza che questi trent’anni – benché lunghi – sono anche l’ultimo pezzo di vita. È come una
veduta aerea del percorso di vita, con un inizio e una fine, come se si vedessero camminare dall’alto su
un sentiero, dove vedono le biforcazioni che non hanno imboccato, i sentieri che hanno preso e quelli
che hanno evitato. Che cosa significhi portarsi dentro e conviverci per un tempo che può essere così
lungo questo senso della finitudine non lo sanno affatto perché sono la prima generazione che ne ha
consapevolezza. Ma nello stesso tempo percepiscono che trent’anni di vita sono un tempo lungo,
rappresentano quello che per i neonati dell’ottocento era l’aspettativa di vita. Dunque è anche vita, più
di un terzo della propria vita, secondo le proiezioni demografiche. Ed è proprio la consapevolezza di
morte e di nascita, di finitudine e di allungamento dell’orizzonte di vita che appare come l’elemento
trasversale unificante e significante di un passaggio alla seconda metà della vita che può per altri versi
invece assumere modalità e scansioni diverse, molte legate alla qualità e alla coincidenza di event
markers individuali e autobiografici. Queste sono alcune difficoltà che le donne percepiscono in questo
passaggio d’età e che è importante richiamare per non dimenticare il contesto, per non scivolare in
esortazioni “positive” a tutto campo che potrebbero persino essere percepite come insultanti per le
donne che stanno transitando con difficoltà in questa sorta di “terra di nessuno”. Ma da quello che
abbiamo rapidamente sottolineato potrebbe emergere un quadro altrettanto falso: potrebbe cioè
sembrare che per queste donne il passaggio d’età sia persino peggiore di quello delle loro madri,
perché almeno le loro madri scivolavano più facilmente nel cono d’ombra della vecchiaia. E invece non
è affatto così perché le donne di questa generazione, come si sono sentite vive e socialmente centrali
nella fase della giovinezza e della prima vita adulta, così vogliono continuare a riinventare, a innovare
individualmente e socialmente. E anche in questo passaggio d’età forse sono più sofferenti, ma sono
anche più innovative, più mobili, più creative dei loro coetanei maschi, spesso irrigiditi da prestazioni di
ruolo nel campo lavorativo e dal ricorso all’altra (leggi: donna giovane) per mantenere uno status
affettivo e sessuale molto tradizionale. Dunque non solo di necessità si tratta, ma anche di desiderio.
Non vogliono però avere – e non chiedono quindi – soluzioni più o meno miracolistiche e universali (del
tipo: non fumate, non bevete, fate ginnastica tutti i giorni, anche i massaggi fanno benissimo,
continuate a fare l’amore, camminate, siate entusiaste e attaccate alle cose belle della vita, ecc. ecc.)
né ricette per giusti comportamenti, vogliono invece che si offra loro un contesto in cui valorizzare la
complessità e la ricchezza che può presentare questa nuova fase della vita, ciò che di nuovo portano le
donne di questa generazione nel passaggio dei loro cinquant’anni. Che cosa portano di nuovo? Se un
dato inequivocabile può essere quello dell’incertezza – proprio per le novità anche strutturali con cui
queste donne si trovano a confrontarsi – una logica conseguenza può esser quella della confusione. Il
termine confusione però può assumere un significato non negativo, può anche essere interpretato
come con-fusione: fusione appunto di diversi piani, di diverse dimensioni, di diversi campi che
coesistono, che non sono alternativi né separabili. Nelle generazioni precedenti quando le donne
venivano identificate con il ruolo riproduttivo/sessuale, era comprensibile e quasi inevitabile che la fine
del ruolo riproduttivo significasse in un certo senso anche la fine della vita, se non materiale – ma fino
agli inizi del novecento la maggioranza delle donne moriva prima dell’insorgenza della menopausa –
sicuramente simbolica. Ma certo questo non è più vero oggi: la vita delle donne oggi si è giocata e
continua a giocarsi in campi differenti tra loro, in dimensioni plurime. La novità maggiore appare
dunque la molteplicità dei piani di vita in cui queste donne si sono mosse e continuano a muoversi: il
lavoro professionale, gli investimenti affettivi, le relazioni, la solitudine, la cura possono essere volta a
volta protagonisti, campi emergenti o correnti sotterranee, con una continua potenzialità di riaffiorare.
Dunque, anche in questa passaggio d’età può cedere il corpo e essere vivo l’investimento affettivo, può
venire a mancare un amore ma continuare a andare a gonfie vele il lavoro professionale, può allentarsi
l’investimento lavorativo, ma riaffiorare un bisogno di cura, ecc. È per questa molteplicità che il
passaggio si presenta come qualcosa di indefinibile, e risulta impossibile – e men che meno sensato –
riempirlo di contenuti univoci. Né di modalità univoche: è un intreccio di esperienze anche sfalsate nel
tempo o nell’importanza che soggettivamente gli si attribuisce. E comunque resta un dato certo: che le

attribuzioni di senso a cui possono far ricorso sono multiple e che la loro visibilità sociale è ancora
piena. Il lavoro professionale ad esempio può in questa fase essere al massimo livello di impegno e di
riconoscimento e questo può essere un fattore di trascinamento anche nei casi di cedimento in altri
campi. Oppure può essere il campo affettivo ancora pieno e in trasformazione : un nuovo incontro può
dare nuova linfa a un preteso “colpo di vecchiaia” del corpo, oppure può essere paradossalmente la fine
stessa del lavoro professionale e l’entrata in una fase più creativa di “bricolage” lungamente accarezzata
a ridare nuove energie; oppure al vuoto lasciato dalla partenza dei figli dalla casa per le loro nuove vite
autonome può subentrare un nuovo desiderio di movimento e libertà (di viaggi e/o esplorazioni in
qualsiasi campo, creativo, artigianale, intellettuale). Quello che è certo è che questa è una fase
potenzialmente ricca di trasformazioni. A patto però di essere consapevoli che ci sono dei “movimenti”
da osservare e seguire affinchè queste trasformazioni possano prendere vita.
– Il primo movimento è quello di rompere il silenzio, di avere il coraggio di spezzare il tabù legato alla parola menopausa, di
parlare – e non stancarsi mai di parlare – con le amiche, con i medici, con chiunque possa fornire informazioni.
– Il secondo movimento è quello di accettare che vi sia un passaggio, di non negarlo, di fermarsi a capire davvero che cosa sta
succedendo nel corpo e nella psiche.
– Il terzo movimento è quello di ritrovare i pensieri, di inquadrare la propria situazione di vita in una cornice che le dia senso.
– Il quarto movimento è quello di ritrovare il desiderio.
Tutti questi primi quattro movimenti trovano la propria necessità in una constatazione paradossale che
consiste nel fatto che per potere uscire da questa sensazione “di secca” o di “risacca” è necessario
andare ancora più dentro il problema, guardarlo in faccia. Per fare solo un esempio, se si cerca di
guardare in faccia il problema dell’essere schiacciate sotto le richieste di cura di generazioni diverse, di
non riuscirsene a sottrarre, si incontra in sé, nel proprio corpo la capacità di continuamente immaginarsi
e riproporsi in situazioni di condivisione.
Perché allora non pensare che le donne non riescono a sottrarsi alla cura perché vedono il senso di
questa condivisione? Allora sarebbe questa condivisione che andrebbe indagata, che potrebbe rivelare
la sua immagine non solo di gabbia , ma anche di nutrimento interno. Per fare un esempio estremo,
persino nella relazione con genitori anziani, bisognosi, non c’è anche il fatto che le donne di questa
generazione, dopo averli respinti nella giovinezza, hanno cercato poi nella vita adulta un rapporto più
caldo, più vicino, che impedisce ora l’abbandono? Ma questa predisposizione alla cura va anche
indagata per non essere inermi di fronte alla tentazione di sottostare all’imperativo di insostituibilità
(solo io posso dare aiuto) fino ad arrivare al delirio di onnipotenza e al gorgo perverso del diritto al
risarcimento (finora ho dato solo io, adesso gli altri devono dare a me). Ma non c’è solo la cura da
riposizionare, ci sono altre parole che cominciano ad avere un senso nuovo in questa fase della vita.
Parole come verità, autenticità, libertà. Si mette in moto una sorta di rallentatore interno perché si
intuisce che questo è il momento di darsi una licenza ad esistere, una licenza interna, non una licenza
data da altri. Può essere la libertà dal giudizio degli altri, può essere il liberarsi dagli accessori, dai
travestimenti, dagli autoinganni, può essere la ricerca di un equilibrio diverso da quello della fase
precedente, può essere l’accettazione della consapevolezza di non esercitare più un controllo sui grandi
temi della vita e della morte e di accettare quello che porta il giorno, la consapevolezza cioè che la vita
non si può governare più di tanto.
Può essere l’accettazione della propria vita, valorizzandone gli elementi forti, senza lasciar troppo spazio
ai rimpianti e ai risentimenti. Può essere l’accettazione di un equilibrio leggero, basato sulla molteplicità
delle esperienze, considerata come una ricchezza. In qualsiasi modo comunque queste parole vengano
intese, sembrano significare una sola cosa: il tentativo di dare una nuova forma alla propria vita, che
sia una forma essenziale, ripulita da orpelli e accessori, che si avvicini a rispondere a bisogni interni
compressi, sacrificati, non capiti nella fase precedente della vita e che urgono per essere portati alla
luce. Anche questo un lavoro lungo, difficile, spesso molto doloroso. Sottoposto anche a tentazioni di
competitività con immagini altrui, di persone più giovani, anche persino con la se stessa di prima.
E un’altra dimensione sconosciuta emerge in questa fase: la scoperta della lentezza. Quando qualche
acciacco in più o qualche delirio di onnipotenza in meno costringe ad andare più piano, a non essere
continuamente giocoliere ed equilibriste, spesso le donne si sentono assalite dalla strana sensazione di
essere diventate improvvisamente stupide, di aver perso quell’agilità mentale e fisica che le faceva
guardare con uno sguardo di superiorità i loro mariti e compagni. E viene interpretato come uno dei
segnali forti di un inarrestabile invecchiamento. Ma forse il punto di vista da cui guardare a questo
processo non è tanto quello di misurare giorno dopo giorno i rallentamenti, quanto quello di andare a
monte, interrogando proprio i valori sottesi ai concetti di velocità o di lentezza. Andare lentamente

significa anche assaporare le cose che si fanno, i libri che si leggono, i dischi che si sentono, le strade
che si percorrono. Significa sottrarsi al fare convulso per soffermarsi sui significati e sui valori di questo
fare, sul piacere che dà o la mancanza di piacere. Significa appropriarsi del tempo per sé,
assaporandolo nella sua lentezza. Lentezza che lascia aperte le porte al desiderio. È come se questa
parola, desiderio, potesse riassumere il senso di tutte le cose che si possono fare in questa seconda
parte della vita, ma è necessario coltivarlo.
I desideri bisogna tenerli vivi, saperli tutti, è quello che mantiene vitali e fa anche bene alla pelle perché
le persone che invecchiano bene non sono quelle che fanno il lifting, ma quelle che riescono a tener
vivo il desiderio e moltiplicare le risposte. Non avvengono miracoli, può anche cambiare molto poco
nella vita quotidiana, ma è lo sguardo che è cambiato, le cose ritrovano una cornice di senso che prima,
nel momento della crisi, sembravano aver perduto. Non ci sono ricette interscambiabili. Ma forse una
ricetta c’è ed è paradossale: che per poter avere di nuovo qualcosa da progettare, da sperare bisogna
essersi immerse nella ricerca di sé, senza troppa paura. Ed accettare che in questa fase il senso della
finitudine conviva con il progetto, che è poi il progetto e l’amore dello stare su di sé: una rete a maglie
larghe, ambivalente e contraddittoria, come ambivalente e contraddittoria è la vita.